12-14/03/2026 - UP THE HAMMERS LEGACY 2026 @ Gagarin - Atene (Grecia)

Pubblicato il 23/03/2026 da

Report di Dario Onofrio
Fotografie prese dai canali ufficiali del festival

L’Up the Hammers (da qualche tempo con l’aggiunta della parola ‘Legacy’ nel nome) spegne quest’anno venti candeline sulla sua torta di compleanno. Non sono moltissimi gli appuntamenti nel vecchio continente che possono vantare questo traguardo, specialmente quelli underground che riguardano un genere specifico – in questo caso l’epic metal – trovando una nicchia accanita di fan che comprano il biglietto a prescindere dagli annunci.

Un evento che, in quel di Atene, ha sempre attirato persone da tutto il mondo: anche noi, alla fine, abbiamo sentito il richiamo delle spade e della battaglia e ci siamo imbarcati per la Grecia con l’intento di capire come mai questo festival è così speciale, oltre a desiderare ardentemente di vedere band come gli Atlantean Kodex, Solitude Aeturnus e While Heaven Wept. Peccato solamente per la defezione dei Blitzkrieg, sostituiti a fine gennaio dai padroni di casa Triumpher, ma non per questo ci siamo fatti abbattere
Questi sono però solo alcuni nomi di quello che in poco tempo si è dimostrato essere una festa fra amici, che rinsalda anche un asse ideale fra l’heavy statunitense e quello europeo, in una città il cui alone mitico è cornice perfetta per una kermesse così speciale.
Ben quattro giorni di concerti, fra warm-up, festival e afterparty, dei quali abbiamo cercato di godere del massimo delle possibilità: vediamo come è andata e se alla fine avremo incuriosito anche voi…

GIOVEDÌ 12 MARZO – WARM-UP PARTY

Le danze si aprono giovedì 12 marzo con il warm-up previsto all’An Club di Atene, in una delle sparute vie del centro vicino a Piazza Omonia. Ovviamente, la venue è già sold-out da mesi e la ressa all’entrata è infernale (talmente tanto che il nuovo EP degli Eternal Champion, headliner della serata, è andato sold-out in pochi secondi dall’apertura delle porte): Il piccolo club ateniese si rivela subito essere una sorta di versione più ridotta del nostrano Legend Club, ma non per questo, nonostante la calca enorme, non riusciamo a goderci almeno gli ultimi brani degli ateniesi LEATERHEAD, la cui età anagrafica – diciamocelo – abbassa di molto quella dei presenti.
Dediti a un heavy/speed più classico dei classici, il concerto si chiude sulle note dell’omonima “Leatherhead” e “Something Evil (This Way Comes)”, con il cantante che indossa una corona di piume da indiano d’america. Energici e divertenti, hanno sicuramente attirato l’attenzione di tutti i presenti.

Tocca poi ai nostri BATTLE RAM ad alzare ulteriormente l’asticella: la formazione di Ascoli continua a mietere vittime con il suo heavy metal superclassico a distanza di ben tredici anni dall’ultima uscita discografica, sulla quale è ovviamente basata gran parte della scaletta che inizia con “Burning Lives”.
Non manca qualche chicca come la nuova canzone “Brand New Run” o la cover di “Liar” di Yngwie Malmsteen, con la coppia di chitarre Gianluca Silvi/Fabrizio Sgattoni che a momenti fa andare a fuoco il palco per la velocità e l’energia sprigionata, mentre Franco Sgattoni spara acuti a raffica sui presenti.
La chiusura è ovviamente affidata a “Battering Ram”, cavallo (o ariete?) di battaglia dei Nostri, che si portano a casa un lungo e convinto applauso.

ph. Christina Alossi

Il tempo di salire in strada (l’An Club è praticamente una cantina) a prendere aria che è già ora di scendere a vedere una delle band che più stavamo aspettando: i DEXTER WARD, forti della loro origine ellenica – e della presenza di Manolis Karazeris, organizzatore del festival – che montano uno show veramente memorabile. Sin dall’iniziale “Return Of The Blades”, infatti, vediamo davanti ai nostri occhi una performance sicuramente classica, ma dotata di uno stile inconfondibile che contraddistingue molti gruppi che suonano epic metal nel vecchio continente.
Una vera macchina spaccaroccia, che dal bravissimo cantante passa fra le chitarre di Akis Pastras e Manolis Karazeris. Dai grandi inni come “In The Days Of Epic Metal” o all’orientaleggiante “Back To Saigon”, Mark Dexter e soci ci trasportano sempre più nelle letture preferite di noi metallari (fantasy, epiche o horror), culminando con “Conan The Barbarian” e la finale “Metal Rites”, sulla quale tutto l’An Club non può che cantare il facilissimo ritornello.
A questo punto ci tocca prendere un attimo di pausa essendo arrivati ad Atene il giorno stesso, e così finiamo per perderci gran parte della setlist dei doomster cileni PROCESSION, che con il loro cupo heavy portano tinte fosche su un concerto che dovrebbe scaldare il pubblico, in attesa degli headliner.
Non per questo ovviamente l’entusiasmo cala, anzi: il quartetto esalta le storie di mostri e morti che tanto sono care al nostro immaginario, facendo da apripista per il piatto forte della serata.

E quindi eccoci qui a commentare ancora una volta l’eccellente performance degli inossidabili ETERNAL CHAMPION, con una scaletta che ricorda molto quella che avevamo visto qualche anno fa al Kiff di Aarau, in Svizzera.
Immancabile infatti l’intro con “Fighting The World” dei Manowar, che lascia poi spazio a “Skullseeker”, sulla quale Jason Tarpey entra ovviamente con l’elmo di maglia indosso.
Un concerto roccioso e anche commovente, considerato che al basso c’è nientemeno che Frank Chin (già in Vektor e Crypt Sermon) a sostituire il compianto Brad Raub. Ma non c’è un attimo di tempo per rattristarsi: è tempo di alzare i martelli con “I Am The Hammer” e “The Armor Of Ire”, insieme a tutti gli altri brani che rendono i due album all’attivo dei musicisti dei capisaldi della New Wave Of Traditional Heavy Metal.
Arthur Rizk, mastermind del progetto, suona come sempre felicissimo di essere in quella che è la sua seconda casa, circondato da amici e colleghi con tanto di musicisti di altre band presenti fra il pubblico a godersi la festa, che sembra andare a concludersi con “Ravening Iron”, la traccia che dà il nome all’ultima fatica degli statunitensi.
Potrebbe essere finita qui? Non senza “A Face In The Glare”, dal primo album dei Nostri, a chiudere degnamente un warm-up che ha scaldato i nostri spiriti elevandoli al pari degli dei dell’Olimpo, ma solamente antipasto quello che vedremo il giorno successivo.

Setlist Eternal Champion:
Skullseeker
Worms of the Earth
I Am the Hammer
The Last King of Pictdom
The Armor of Ire
The Cold Sword
Invoker
Coward’s Keep
Ravening Iron

ph. Christina Alossi

VENERDÌ 13 MARZO

Arriviamo al Gagarin di Atene – poche fermate di metropolitana dal centro città – appena in tempo per vedere la fine della setlist dei nostrani VULTURES VENGEANCE. La band capitolina si trova qui nel suo elemento naturale, con il suo potente heavy dalle tinte epiche che ha fatto entrare ad ascoltare gran parte della platea (il festival è già sold-out da mesi), ponendoci qualche difficoltà per trovare un buon posto da cui godersi il lavoro di chitarre di Tony T. Steele e D.D. Fury, ma riusciamo comunque ad apprezzare quei brani incentrati principalmente su “Dust Age”, l’ultimo lavoro della band uscito nel 2025.
A chiudere il set, l’acclamatissima “Towards The Gates Of Unknow”, dal primo demo del 2015, che ci riporta indietro a quanto la New Wave Of Traditional Heavy Metal era appena cominciata!

Uno sguardo per il locale ci permette di apprezzarne la disposizione a gradoni, ideale per chi non è propriamente altissimo e rischia di dover saltare per vedere il palco, nonché l’ottima area merch con i banchetti della No Remorse Records, qui padrona di casa insieme all’altro negozio storico di Atene che risponde al nome di Eat Metal.
Dopo l’heavy infuocato dei connazionali, però, è il momento di immergersi nelle fosche tinte dell’epic/doom metal irlandese con gli OLD SEASON. Forti di una presenza scenica importante, anche grazie alla tastiera di Dermod Smyth, una nebbiolina con pioggia scende sull’Up The Hammers con brani come l’iniziale “Elegy”, mentre c’è chi lancia sul palco delle cotte di maglia cucite con l’uncinetto da far indossare ai musicisti, con il cantante John Bonham che non si tira certo indietro. Passando per le tinte battagliere di “Meet Me On The Battlefield”, c’è anche il tempo di una sorpresa: la nuova canzone “The Endless Night”, suonata proprio per l’occasione del festival.
È abbastanza difficile seguire bene le chiacchiere fra un brano e l’altro per via del fortissimo accento irlandese del cantante, ma ci dirigiamo verso la fine di questi quaranta minuti di show con le note della conclusiva “At The Hollow”, un brano dalle tinte mistiche sormontato dalla gloriosa voce tenorile di Smyth.
Uno dei concerti che ci sono piaciuti di più in questa prima giornata di festival, apripista al concerto di un altro gruppo di padroni di casa.

ph. Christina Alossi

Sono infatti i WRATHBLADE i prossimi a prendere possesso del palco dell’Up The Hammers, attesissimi da gran parte della folla ancora a distanza di nove anni dall’ultimo “God Of The Deep Unleashed”. Rispetto alle tinte doom della band precedente, qui siamo nel pieno dell’epica omerica, con palesi venti che soffiano dagli Stati Uniti portando riff alla Manilla Road sui presenti.
La formazione ateniese crea sul palco del festival uno show roccioso e caratterizzato dalla voce nasale di Nick Varsamis, cantore epico che ci accompagna nella storia dei miti greci.
Il lavoro di basso e batteria, curato rispettivamente da Michael Bakoulas e John Alexandrakis, è fondamentale per brani marziali come “Flee To Freedom” o “Resolve Unremised (God of War Pt. III)”, con il pubblico entusiasta per l’esibizione.
La grande presenza di band greche sottolinea quanto sia importante questa scena, mentre i nostri ci accompagnano fra i brani di “Into The Netherworld’s Realm” e, ancora prima, alle demo della band. La conclusiva “Wrathblade” non lascia prigionieri: rimaniamo come ipnotizzati dalla grande prova e dalla presenza scenica dei Wrathblade, che giocando in casa hanno una giusta marcia in più.

È dunque il momento di spingere ancora di più il pedale dell’intransigenza contro il mainstream con gli IRONSWORD, formazione portoghese che più tradizionalista di così non si può.
Il power trio -composto da Tann a chitarra e voce, Phil Ross al basso e Neudi alla batteria – porta sul palco del festival uno show duro, rozzo e proprio per questo pieno di epicità, nella triste giornata dell’annuncio della morte di Phil Campbell.
Si sente fortissimo che i tre musicisti hanno sulle spalle innumerevoli esperienze, specialmente nel caso del basso e della batteria dove i due artisti arrivano anche da presenze sporadiche con Manilla Road e Savage Grace, con una rozzezza che ci travolge sin dalla prima “Underground”.
Una dichiarazione di intenti, più che un concerto: una sfacciata ammissione di non voler entrare assolutamente nei circuiti mainstream per restare ‘true’ fino in fondo, con la rozza voce di Than che ci accompagna attraverso “None But The Brave” e due nuove tracce, “Xuthal Of The Dusk” (direttamente dai racconti di Robert E. Howard), e “The Vale Of Lost Women”, accolte con molto calore dal pubblico.
Approfittiamo di questo momento per allontanarci un attimo e rifocillarci (i due locali visitati in questi giorni, infatti, non sono provvisti di cucina), ma possiamo comunque apprezzare la passione che la band ha messo nel creare uno show di tutto rispetto, che si chiude sulle arroganti note di “Burning Metal”, direttamente dall’album omonimo della band risalente ormai al lontano 2002. Una esibizione per la quale si può solo avere rispetto, se non altro per l’integrità artistica che il nome Ironsword porta con sé.

ph. Christina Alossi

Tocca poi a una delle band più attese della giornata e sicuramente uno degli astri nascenti di questa scena: i RIOT CITY, dediti a un infuocato heavy/speed condito con acuti a raffica.
L’energia sprigionata dal quintetto capitanato dal devastante Jordan Jacobs è assolutamente disarmante, fra assoli classici e ritmi sempre serratissimi, sin dalle prime “Warrior Of Time” e “Livin’ Fast”.
Certo, un’ora intera di concerto con queste ritmiche rischia di stancare anche il più assiduo ascoltatore di heavy classico, ma la banalità dei brani è perfettamente bilanciata dalla presenza scenica scatenata e brillante di tutti i musicisti, specialmente i due chitarristi Cale Savy e Roldan Reimer che gironzolano per il palco suonando a velocità folli.
C’è persino il tempo, dopo l’inno di “Beyond The Stars”, di fare un brevissimo assolo di batteria, prima della tripletta “Burn The Night”, “Tyrant” e “Eye Of The Jaguar”, dove specialmente quest’ultima fa impazzire la folla presente.
Siamo già agli sgoccioli dopo una raffica di brani devastanti dalla durata esigua, quando veniamo sorpresi sul finale dalla cover di “See You In Hell” dei Grim Reaper, magistralmente eseguita dal quintetto, che si congeda fra gli applausi del pubblico ormai cotto a puntino e (quasi) pronto per gli headliner.

ph. Christina Alossi

Ed è qui che mettiamo il piede nella leggenda vera e alziamo il sipario che divide passato e futuro, quando Joe Comeau e Tony Truglio calcano il palco per dar via al concerto dei LIEGE LORD.
La mitica band speed/power metal americana non si è fatta abbattere dalla scomparsa del bassista originale Matt Vinci nel 2023 e continua fieramente a calcare i palchi del mondo supportata da Joe DiBiase allo strumento del compianto Vinci, mentre alla batteria c’è nientemento che Frank Gilchrest dei Riot V. A completare la line-up, l’ormai membro fisso Danny Wacker alla seconda ascia: una formazione che parte immediatamente all’assalto con “Prodigy”, dal gloriosissimo “Freedom’s Rise”. Da qui in poi è una cavalcata attraverso i brani del primo disco della band e, soprattutto, del capolavoro “Master Control”, dal quale arriva la devastante “Eye Of The Storm”.
Il grande escluso dello show risulta essere il povero “Burn To My Touch”, dal quale viene suonata solamente “Speed Of Sound”, ma lo show è veramente bellissimo e vede il cantato di Joe Comeau, forse solo leggermente scalfito dall’età, accompagnarci nella vera storia delle origini del power metal statunitense. Immancabili ovviamente brani spettacolari come “Rapture”, “Feel The Blade” e la cover dei Rainbow di “Kill The King”, che vede il Gagarin scoppiare in una esplosione di gioia. Una chicca che i nostri ci riservano è il nuovo brano “Hypocrisy”, il quale forse fa forse presagire la possibilità che in futuro vedremo un nuovo album dei Liege Lord, ma comunque perfettamente in linea con quanto prodotto in passato dalla band.
A chiudere le danze, l’immancabile “Master Control”: un concerto elettrizzante che conduce questa prima giornata di festival verso la conclusione.

Ammettiamo che eravamo veramente curiosi di assistere a un concerto dei leggendari SOLITUDE AETURNUS: i texani, riunitisi nel 2023 con la line-up quasi originale, sono veramente una formazione di culto al pari di moltissime altre band che hanno creato le tinte più funeree nella nostra musica preferita, attingendo però a un immaginario epico e drammatico.
Indubbiamente si tratta della band più attesa nella kermesse ateniese di oggi, con un pubblico che va in visibilio quando iniziano a salire sul palco John Perez ed Edgar Rivera con le loro chitarre, Lyle Steadham con il suo basso e l’immancabile appello da cow-boy, John Covington dietro alle pelli e Robert Lowe alla voce, il tenore dell’oscurità.
Il concerto inizia su “Opaque Divinity”, sulla quale però si inizia a notare che Lowe fa un po’ fatica, vocalmente parlando: purtroppo, il tempo inesorabile di cui gli stessi cantano nelle loro canzoni ha avuto la meglio anche sulle corde vocali dell’iconico cantante, che non sempre riesce a prendere le note alte di una volta.

Il concerto risulta comunque godibilissimo, nonostante si parli di un gruppo doom metal che chiude un festival di nove ore: la scaletta è praticamente basata sui capolavori “Through The Darkest Hour”, “Beyond The Crimson Horizon” e, soprattutto “Into The Depths Of Sorrow”, dal quale viene suonata subito dopo la prima traccia anche “Dream Of Immortality”.
Una scaletta inevitabilmente pensata per un festival come l’Up The Hammers, dalla quale vengono ingiustamente esclusi i seppur ottimi brani di “Alone”, ultima prova in studio degli americani prima dello scioglimento.
È dunque una messa su cui svetta il vecchio logo del gruppo, che si snoda attraverso le atmosfere ossessive e gloriose di brani come “Destiny Falls To Ruin” o “Falling”, mentre da “Downfall” e “Adagio” vengono presentate “Days Of Prayer” e “Phantoms”.
La band è però carichissima, e più volte ringrazia l’organizzazione e i presenti che ascoltano in religioso silenzio la performance dei texani: verso la fine, anche il buon Lowe recupera un po’ di terreno con la voce, concludendo lo show sulla bellissima “Seeds Of The Desolate” e facendo calare il sipario su questa prima giornata di festival.

Setlist Solitude Aeturnus:
Opaque Divinity
Dream of Immortality
Haunting the Obscure
Days of Prayer
Destiny Falls to Ruin
The Hourglass
The 9th Day: Awakening
Phantoms
Falling
Eternal (Dreams Part II)
Black Castle
Seeds of the Desolate

ph. Christina Alossi

SABATO 14 MARZO

La line-up del sabato è sicuramente quella che stavamo aspettando più di tutte, se non altro per la presenza dei While Heaven Wept con il loro capolavoro “Vast Oceans Lachrymose” suonato per intero.
Ad aprire le danze, però, ci sono i macedoni DARK NIGHTMARE, una realtà amata moltissimo qui in terra ellenica, per i quali si ritrova infatti una nutrita folla sotto al palco. In quintetto è dedito a un heavy dalle tinte fantasy, con tanto di corista nascosto da un finto mantello medievale.
Per quanto non siamo grandi estimatori della formazione, non possiamo non dire che brani come “Hawks Of War” ci lascino indifferenti, e ci ritroviamo in men che non si dica a muovere la testa e a battere il tempo.
C’è addirittura chi, in prima fila, tira fuori uno striscione con il logo della band, con grande esaltazione del il frontman e chitarrista Yiannis Papadimitriou, decisamente a suo agio su questo palco. La chiusura è affidata all’ottima “Dragonlakes”, che ci scalda in attesa del proseguimento della giornata.

La prossima band è però una di quelle che stiamo davvero aspettando con trepidazione: gli anglo/spagnoli PHANTOM SPELL, freschi della pubblicazione del loro nuovo “Heather & Hearth”.
Un po’ di rimaneggiamenti al palco, la comparsa di una tastiera e siamo pronti per cominciare sulle note della bellissima “The Autumn Citadel”, accolta in un assoluto silenzio religioso da parte di un pienissimo Gagarin.
Kyle McNeill e soci si dimostrano essere dei musicisti immensi, di una bravura tecnica pazzesca, specialmente nel missare sapientemente cori e armonie. Non mancano brani anche dagli album precedenti, come l’epica “Seven Sided Mirror” o la fantasy “Palantiri”, che portano il meglio dell’heavy prog attualmente in circolazione sul palco del locale ateniese, mentre McNeill ci tiene a sottolineare il significato di “A Distant Shore”, dedicata a tutti i popoli oppressi dalle guerre.
A chiudere un concerto veramente memorabile, con musicisti che si muovono come forsennati per il palco mentre esplode la loro miscela di Uriah Heep ed heavy classico, la sognante “Blood Becomes Sand”. Un concerto meraviglioso e trasognante dalla prima all’ultima nota.

ph. Christina Alossi

Abbiamo pochissimo tempo per rifiatare sorseggiando una birra che è già il momento di rimettere gli stendardi della battaglia e accogliere un altro gruppo che oggi gioca in casa: i TRIUMPHER irrompono con il loro heavy estremamente epico e orchestrale sulle note di “Arrival Of The Avenger”, per poi assaltarci subito con “Athena (1st Chapter)” e “Black Blood”, quest’ultima dall’ultimo, spettacolare “Piercing The Heart Of The World”.
Purtroppo risulta assente Marios Petropolulos, il secondo chitarrista, ma non per questo i nostri si fanno abbattere e cercano di fare del loro meglio. Nel frattempo, il Gagarin si è un po’ svuotato, effetto inevitabile nell’avere una band così prossima geograficamente, ma comunque il pubblico in sala fa sentire a Mars Triumph e ai suoi sodali tutto il supporto di cui è in grado.
Come su disco, anche dal vivo i nostri sfoderano una energia pari a quella di un ariete lanciato contro un portone pronto a cedere: la batteria devastante di Agis Tzoukopoulos scandisce i tempi marziali fra i brani provenienti anche dal primo album “Storming The Walls”, lasciando poi spazio alla drammatica “The Mountain Throne”.
Nonostante i nostri debbano per forza affidarsi a qualche registrazione per poter ricreare l’atmosfera epica e sacrale che si respira nei loro dischi, è inutile dire che il concerto è una gioia per le orecchie, che si chiudono, ovviamente, con la canzone omonima “Triumpher”.
Che dire: nonostante la mancanza di una chitarra, la band non ha perso un decimo della sua credibilità, cosa non da poco in questo ambito: speriamo che la nave degli Argonauti salpi presto per un tour europeo!

ph. Christina Alossi

A questo punto, il Gagarin si riempie di nuovo per accogliere una vera e propria chicca di questa giornata: gli heavy metallers giapponesi BLAZE, forti del loro ritorno sulle scene grazie a “Out Through the Door”, uscito lo scorso anno per No Remorse Records, che ha riscosso in giro per il mondo un discreto successo.
La formazione, capitanata dai due membri storici Hisashi Suzuki e Wataru Shiota, rispettivamente chitarra e voce, suonerà principalmente brani provenienti dall’ultima prova in studio, che dal vivo hanno una intensità che va di pari passo con l’esaltazione del pubblico.
Episodi come “Someone Special”, infatti, acquisiscono una carica dovuta proprio all’interesse della platea, conscia di star assistendo a una esibizione più unica che rara. Non mancano però i pezzi da “Blaze” e dall’EP “The Rock Dinosaur”, come “Fool’s Mate” e “Shed Light On Dark”, con la loro carica heavy decisa e sfacciata, che finisce per conquistare una grossa fetta di pubblico. La chiusura è affidata a “Place In The Sun”, che garantisce al quartetto nipponico un bell’applauso, lungo e sentito.

Tocca quindi alla tripletta che chiuderà questa edizione di festival, che inizia con i tedeschi ATLANTEAN KODEX, sicuramente una delle band più attese in assoluto dal pubblico, accalcato sotto il palco mentre i nostri attaccano con la prima parte di “The Atlantean Kodex”, tratta dal mitico “The Golden Bough”.
Manuel Trummer, la sua chitarra e i suoi sodali vengono accolti con un boato da parte di un Gagarin in pieno delirio mistico, che continua quando il cantante Markus Becker annuncia “Lion Of Chaldea”, dall’ultimo album “The Course Of Empire”.
Una band in perfetta forma che ci regala un concerto assolutamente memorabile, con i riff della bravissima Coralie Baier a guidare le nostre anime verso gli apici più epici della nostra musica preferita. Non possono infatti mancare i brani da “The Golden Bough” come “A Prophet In The Forest”, il cui ritornello viene cantato a memoria dalle prime file, mentre sul palco sembrano tutti divertirsi tantissimo nel raccontare questo mix di mitologia e letteratura.
I brani degli Atlantean Kodex sono lunghi e complessi, ma non per questo stancano i presenti a cui viene anche regalata la nuova traccia “The Pattern Under the Plough”, già suonata allo scorso Keep It True in Germania.
A chiudere questa esibizione memorabile, le bellissime “Twelve Stars and a Azure Gown” e la seconda parte di “The Atlantean Kodex”, la quale sigilla in modo magico questa spettacolare esibizione e riconferma i bavaresi come una delle realtà più rispettabili in ambito epic metal odierno.

ph. Christina Alossi

Il palco comincia velocemente a prendere una forma diversa mentre ci prepariamo per i veri headliner della serata: la reunion dei WHILE HEAVEN WEPT nata per festeggiare questo ventennale di Up The Hammers, con l’esecuzione completa di “Vast Oceans Lachrymose”.
Nei giorni precedenti al festival, abbiamo avuto modo di seguire le vicissitudini della band, che ha dovuto fare i salti mortali per riuscire ad essere presente, con tanto di figli al seguito che giocano anche un ruolo fondamentale nell’esecuzione del concerto, visto che uno di loro suonerà la tastiera.
Non possiamo non ammettere che ci siano venuti i brividi fin dall’inizio del veloce cambio palco, per poi sentire Scott Loose dire che senza l’insistenza e la tenacia di Manolis, l’organizzatore del festival (e chitarrista dei Dexter Ward), questa mini-reunion non ci sarebbe stata: quanto avverrà stasera  sarà di fatto la pietra tombale sulla carriera dei nostri, con la serata che è già stata rinominata come “Vast Athens Lachrymose”.

È per questo che, appena si inizia a sentire lo sciabordio delle onde di “The Furthest Shore”, la pelle d’oca e l’emozione sono al massimo.
Il concerto è semplicemente strepitoso, con un Rain Irving in forma perfetta che ci conduce attraverso il capolavoro della band, in una esecuzione a metà fra l’estatico e il rispetto totale.
Non è necessario scriverne troppo: l’album viene suonato praticamente per intero, con le persone che continuano a cantare i ritornelli e gli stessi musicisti che si commuovono, specialmente per la traccia che dà il nome al disco e la conclusiva “Epilogue”, fra cantanti di supporto che salgono a cantare le parti più corali e abbracci in diretta sul palco.
A questo punto c’è ancora tempo, vista la cancellazione dello show dei Blitzkrieg, e i nostri decidono di regalarci alcuni dei pezzi più belli di “Of Empires Forlon”, l’altro disco fondamentale creato dalla band e uscito ormai ventitré anni fa. Bellissima in particolare la riproposizione di “The Drowning Years”, sulla quale il pubblico non può che cantare rapito il ritornello «I drank them all away, i drank myself away».
Non siamo davvero pronti per l’addio a questa band così incredibile, per questo, quando inizia “In Aeturnum”, abbiamo quasi tutti gli occhi lucidi: i While Heaven Wept cessano così di esistere davanti ai nostri occhi, commossi e grati per tutto l’affetto che il pubblico ha dimostrato nei loro confronti per tutti questi anni, con un rispetto sacrale che poche altre band possono vantarsi di avere.

 

ph. Christina Alossi

È quindi con il cuore gonfio di emozione che ci approcciamo al tributo ai MANILLA ROAD, una sorta di after-party che vede però il Gagarin riempirsi fino a scoppiare.
Sarà anche perché sul palco c’è l’ultima line-up conosciuta dal pubblico che portava insieme al grande Mark Shelton il verbo del metal più vero di tutti, ed è giusto rendere tributo al chitarrista che più di chiunque altro ha contribuito a mantenere viva questa scena? I motivi sono vari, ma tutti accumunati dal rispetto totale che molti di noi provano per questa band.
Prima di cominciare, però, l’organizzazione del festival tiene a spezzarci il cuore con un bellissimo video che ringrazia tutti i musicisti e sostenitori della kermesse ateniese che ci hanno forse lasciato troppo presto, con di sottofondo “Swords In The Wind” dei Manowar.

Ammettiamo che, quando sono comparsi Brad Raub degli Eternal Champion, scomparso veramente troppo presto, e soprattutto il nostro connazionale Fulberto degli Etrusgrave, ci è un po’ scesa la lacrimuccia, con tanto di organizzatori del festival commossi sul palco ad abbracciare i musicisti, anche se tutto è poi esploso non appena sono attaccate le note di “Masque Of The Red Death”.
Non c’è troppo tempo per commuoversi quando la line-up, coadiuvata da Gianluca Silvi al posto del compianto Shelton, ci spara addosso una dopo l’altra le più belle canzoni degli statunitensi.
Più volte, anche Bryan Patrick è costretto a fermarsi per chiacchierare col pubblico, in preda a una evidente commozione e felicità per essere ancora sul palco a cantare i pezzi dei Manilla Road, mentre dietro le quinte si alternano membri di Ironsword e Riot City a rinforzare i vari brani, uno dopo l’altro. La vera sorpresa è però quando sul palco sale Alan Averill dei Primordial a cantare “Flaming Metal System” e “Necropolis”, i due cavalli di battaglia assoluti della band, seguiti dall’immancabile “Crystal Logic”, per la quale interviene invece Jason Tarpey degli Eternal Champion.
La serata a questo punto è ormai in chiusura: dopo la finale “Dreams Of Eschaton” e un ringraziamento finale, viene risuonata un’ultima volta “Flaming Metal System”, in onore al compianto chitarrista, mentre cala il sipario sulla ventesima edizione dell’Up The Hammers Festival.

ph. Christina Alossi

ph. Christina Alossi

Tirando le somme, possiamo dire che l’appuntamento ateniese è stato veramente incredibile: un po’ per la città in sé, fra le sue meraviglie (e le sue inevitabili miserie da grande città europea),  un po’ per le persone che abbiamo incontrato nel nostro cammino, una vera e propria odissea heavy metal che non dimenticheremo tanto facilmente.
La cosa più importante? Tutto questo continua a vivere, lontano dal mainstream e dalle mode passeggere, forse con poco ricambio generazionale ma con una nicchia di fan accaniti e riconoscenti per chi ha davvero forgiato questo genere musicale.

Setlist Manilla Road:
Masque of the Red Death
Death by the Hammer
Hammer of the Witches
Witches Brew
Road of Kings
Divine Victim
Queen of the Black Coast
Open the Gates
Mystification
Flaming Metal Systems
Necropolis
Crystal Logic
The Riddle Master
The Veils of Negative Existence
Dreams of EschatonFlaming Metal Systems

0 commenti
I commenti esprimono il punto di vista e le opinioni del proprio autore e non quelle dei membri dello staff di Metalitalia.com e dei moderatori eccetto i commenti inseriti dagli stessi. L'utente concorda di non inviare messaggi abusivi, osceni, diffamatori, di odio, minatori, sessuali o che possano in altro modo violare qualunque legge applicabile. Inserendo messaggi di questo tipo l'utente verrà immediatamente e permanentemente escluso. L'utente concorda che i moderatori di Metalitalia.com hanno il diritto di rimuovere, modificare, o chiudere argomenti qualora si ritenga necessario. La Redazione di Metalitalia.com invita ad un uso costruttivo dei commenti.