
Artista: Paradise Lost | Fotografa: Arianna Govoni | Data: 21 luglio 2024 | Evento: Luppolo in Rock | Città: Cremona
Ci sono dischi che scopri quando sei già musicista e altri che, molto più semplicemente, ti insegnano ad ascoltare. Nel caso di Greg Mackintosh, la distanza tra le due cose sembra particolarmente sottile: prima ancora di diventare uno dei chitarristi più riconoscibili del panorama metal, il leader dei Paradise Lost è stato un ascoltatore vorace, capace di assorbire influenze apparentemente lontanissime e trasformarle in qualcosa di profondamente personale.
La sua selezione per questa nuova puntata di “5 album che mi hanno cambiato la vita” racconta proprio questo percorso, partendo da un legame familiare e affettivo con “Jesus Christ Superstar” e attraversando poi Celtic Frost, Candlemass, Dead Can Dance e Napalm Death. Cinque dischi che, oltre a fotografare momenti diversi della sua formazione, mostrano quanto siano porosi i confini tra generi quando a guidare le scelte sono atmosfera, composizione e capacità di evocare immagini. Dal rock teatrale alla furia del grindcore, passando per doom, goth e musica classica, Mackintosh costruisce così una mappa delle proprie influenze che dice molto anche della musica che avrebbe contribuito a creare con i Paradise Lost.
E sarà proprio la band britannica una delle maggiori protagoniste del Metalitalia Festival 2026: sabato 26 settembre i Paradise Lost saliranno sul palco come headliner per uno speciale concerto ‘by request’, costruito sulle richieste del pubblico.
JESUS CHRIST SUPERSTAR – “Music from the Motion Picture” (1973)
È il primo brano musicale che ricordo di aver ascoltato. Mia madre ne era ossessionata e lo metteva continuamente. Una volta all’anno andava anche a Londra per vedere lo spettacolo teatrale. Di conseguenza, anche io e i miei fratelli ne diventammo ossessionati. Ancora oggi guardo il film qualche volta all’anno e ascolto spesso quelle canzoni.
Ho sempre idolatrato Ted Neeley, che interpreta e canta la parte di Gesù, e ho avuto la fortuna di incontrarlo tre volte nella mia vita. La prima fu durante un tour in Nord America: il nostro autista si rivelò essere un caro amico di Ted Neeley. Lo chiamò al telefono e io ebbi l’opportunità di parlarci: fu surreale. La seconda volta fu quando morì mia madre e la mia ex moglie riuscì a fargli registrare un video per me, un gesto davvero toccante. L’ultima fu qualche anno fa in Olanda, quando viaggiai per vederlo tornare a interpretare il ruolo in una rarissima produzione di “Jesus Christ Superstar”.
È un disco molto personale per me e per la mia famiglia e, guarda caso, è anche un grande album rock.
CELTIC FROST – “To Mega Therion” (1985)
La mia introduzione alla maggior parte della musica è avvenuta attraverso l’enorme collezione di dischi dei miei fratelli maggiori. Ho iniziato con il punk e la musica goth e, a metà degli anni Ottanta, quando punk e metal iniziarono a incrociarsi, mi avvicinai al metal. Prima di allora, i Motörhead erano l’unica band di capelloni che mi piacesse.
Cominciai ad ascoltare gli Hellhammer e successivamente i Celtic Frost. Amavo tutto il loro materiale degli esordi, ma credo che “To Mega Therion” sia probabilmente il loro disco più costantemente eccellente. Stranamente, questo album non solo mi aprì le porte di moltissima musica metal, ma mi portò anche ad avvicinarmi alla musica classica. Ancora oggi regge perfettamente il confronto: ha una scrittura straordinaria, un’atmosfera unica e una miscela di stili che sfugge a qualsiasi definizione di genere.
CANDLEMASS – “Epicus Doomicus Metalicus” (1986)
Cominciai ad ascoltare retrospettivamente i Black Sabbath. Amavo soprattutto il loro lato più ‘arioso’, in particolare “Master of Reality”.
Questo mi portò a cercare le band che ne erano state direttamente influenzate, facendomi scoprire due dei grandi nomi del genere: Trouble e Candlemass.
I Trouble sono i miei preferiti, ma ho scelto questo album dei Candlemass perché è quasi perfetto e ha avuto un’enorme influenza su di me come musicista. Le canzoni sembrano provenire da un altro mondo, il canto è appassionato, l’atmosfera è cupa. Il suono della chitarra solista è ancora oggi il mio preferito in assoluto e gli assoli sono estremamente raffinati e misurati: qualcosa che ha avuto un forte impatto sul mio modo di suonare.
DEAD CAN DANCE – “Within the Realms of a Dying Sun” (1987)
Mi ero avvicinato molto presto al goth, con le band delle etichette Beggars Banquet e 4AD, ma quando sviluppai un interesse per la musica classica ed ecclesiastica, non potevo credere alla mia fortuna quando mi imbattei nei Dead Can Dance. Era come se scrivessero musica appositamente per me, soprattutto con questo album. Penso sia un disco perfetto.
Mi ha fatto riflettere davvero sul rapporto tra le melodie e il modo in cui possono creare atmosfere differenti. È immerso in un’aura solenne e malinconica che, ai miei occhi, non è mai stata eguagliata. Ti trasporta in luoghi e tempi diversi e lascia correre libera l’immaginazione.
NAPALM DEATH – “Scum” (1987)
Per totale contrasto, questo album è una zuppa viscerale che ti schiaccia completamente. Alcuni dei nostri primi concerti furono con i Napalm Death e i Godflesh e già allora non mi sfuggiva il fatto che alcune di quelle persone avessero creato qualcosa di speciale. Per alcuni è semplicemente grindcore, per altri soltanto rumore, ma per me è il suono della rabbia e della frustrazione dei giovani che vivevano nelle aree depresse e operaie della Gran Bretagna a metà degli anni Ottanta.
È sporco, grezzo e sfrontato. Ancora oggi ascolto, probabilmente una volta alla settimana, il lato A mentre sono in aereo. Credo di avere anche una certa passione per i power trio: Kilminster-Clarke-Taylor, Warrior-Ain-St.Mark, Bullen-Broadrick-Harris.





