Report di Enrico Ivaldi
Fotografia panoramica presa dai canali social dell’evento
Un’inusuale serata di Halloween a Oslo, con temperature ben più alte delle medie stagionali (quasi tredici gradi durante il giorno), fa da cornice a uno degli appuntamenti metal più attesi dell’anno nella capitale norvegese.
Annunciato ormai sette mesi fa e andato sold-out in meno di una settimana, il concerto di questa sera si presentava sulla carta come un successo garantito, ma non ci saremmo mai aspettati di trovarci di fronte a un’occasione di tale portata.
La Spektrum Arena, con una capienza massima di oltre undicimila persone e teatro in passato di concerti di Tool, Björk, Ghost, Radiohead, Sigur Rós e The Cure, è infatti una delle sale da concerto più grandi della Norvegia. Se gli organizzatori l’hanno scelta come sede per questo Unholy Halloween, sapevano bene che la richiesta sarebbe stata alta.
Risultato: quasi diecimila persone, molte provenienti da ogni parte del mondo (i dati ufficiali parlano di oltre novemilacinquecento biglietti venduti), e uno Spektrum esaurito in ogni angolo. Un traguardo assolutamente incredibile per la musica estrema, pur trattandosi di due tra i nomi più importanti del black metal mondiale.
Se poi aggiungiamo un’eterogeneità di pubblico, cosa a dire il vero abbastanza comune in terra scandinava, che va da intere famiglie ai ragazzini fino a persone non più giovanissime, il quadro generale dell’evento è completo.
Di seguito il resoconto di una serata che verrà ricordata per i numeri, ma anche per lo spettacolo in sé.

Arriviamo poco dopo le 18:30 e, nonostante la coda chilometrica fuori dallo Spektrum, la proverbiale efficienza norvegese in fatto di logistica ci permette di entrare in meno di quindici minuti, così da prendere posto nel pit abbastanza agevolmente e in tempo per l’inizio dello show degli ENSLAVED, a cui spetta il compito di aprire le danze.
Per il gruppo di Grutle e Ivar, con cui abbiamo avuto modo di scambiare due parole alla vigilia durante un meet and greet in uno dei negozi di dischi della capitale norvegese, questa serata è il momento ideale per presentare il nuovissimo “Mið”, uscito appunto il giorno prima.
Con una scenografia minimale ma efficace, l’inizio è affidato alla veloce e progressiva “Fusion Of Sense And Earth”, e il pubblico, che nel frattempo ha riempito quasi completamente l’arena, regala un caloroso applauso quando Grutle saluta e introduce la nuova “Solar Will”, che sembra già incastrarsi alla perfezione in scaletta.
La band è, manco a dirlo, precisa e impeccabile sul palco, nonostante suoni non ancora ben bilanciati, con le chitarre leggermente sotto il resto, e Grutle si conferma un frontman eccezionale e simpatico, che sa intrattenere i fan dall’alto dei trentacinque anni di carriera.
Il trittico conclusivo, con l’epica “Heavenless” e i classici “Isa” e “Allfǫðr Oðinn” a congedare la platea, è la ciliegina sulla torta di un’esibizione solida, forse un po’ corta (si parla di quaranta minuti scarsi), ma che siamo sicuri gli Enslaved ricorderanno a lungo, anche grazie a una cornice di pubblico ben al di sopra dei loro standard abituali.
Giusto il tempo per il cambio di strumentazione, con lo stage che nel frattempo si veste di un’enorme riproduzione della “Discesa di Cristo agli Inferi” di Hieronymus Bosch, ed ecco salire sul palco i SATYRICON, avvolti solamente dalla luce di lampade e fiaccole a olio sparse per tutta la scena.
A solo un anno e mezzo dall’ultima calata della band di Oslo nella capitale norvegese, in occasione dell’Inferno Festival 2025, l’affluenza non ne ha risentito affatto. Vedere gente ovunque, sia sotto il palco sia sui tre livelli delle gradinate, senza nemmeno un posto libero, è abbastanza sconvolgente e conferma quanto i Satyricon siano ormai uno dei nomi di punta di tutta l’industria discografica norvegese. La creatura di Satyr è sempre stata una realtà a sé stante, mai davvero inclusa nei circoli dell’inner circle storico, attorno ai quali però gravitava grazie ai numerosi musicisti della scena che hanno partecipato ai suoi dischi ed è cresciuta fino a raggiungere una dimensione mondiale grazie al talento artistico, e anche imprenditoriale, di Sigurd Wongraven.
Si parte con una “Midnight Serpent” inquietante e disturbante nella sua complessa struttura labirintica, seguita dalla più diretta “Black Crow On A Tombstone”, che scatena un boato capace di coprire la musica stessa. Si torna poi all’ultimo “Deep Calleth Upon Deep” con la lenta e atmosferica “To Your Brethren In The Dark”, prova di quanto i brani di quell’album rendano bene dal vivo, grazie a un’atmosfera lugubre e decadente.
Al grido di “Kampen mot Gud og hvitekrist er igang!” (“La battaglia contro Dio e il Cristo bianco è in corso!”, verso di apertura dell’album “The Shadowthrone”) si risale la china fino agli esordi, con due gemme di black metal old-school: “Hvite Krists Død” e soprattutto “Walk The Path Of Sorrow” riecheggiano tra la folla con la veemenza e il fascino degli anni d’oro del genere. Entrambe sono rese alla perfezione e mostrano come i Satyricon, nonostante un’evoluzione che ha fatto discutere i fan più intransigenti, sappiano ancora oggi restare fedeli alle proprie origini.
La formazione, che stasera vede, oltre a Satyr e Frost, Steinar Gundersen (alzi la mano chi si ricorda degli Spiral Architect) e Gildas Le Pape (Via Doloris) alla chitarra, Phil Pieters Smith al basso e Anders Hunstad (Sarke e El Caco) alle tastiere, non sbaglia un colpo.
La scaletta prosegue sparando cartucce ben note come “The Wolfpack”, “The Pentagram Burns” e una “Fuel For Hatred” da panico, ulteriore conferma di quanto “Volcano” meriti di essere riscoperto.
I primi accordi di “Phoenix” avvalorano le indiscrezioni sulla presenza di Sivert Høyem dei Madrugada, voce della versione originale, che puntuale sale sul palco e regala un’interpretazione memorabile di quello che è ormai un pezzo storico della discografia del gruppo, nonostante la sua vena molto più rock. Il brano viene cantato da quasi tutta la platea in un momento di grande commozione, che Satyr condivide con i presenti citando un articolo di Kerrang! del 1993 secondo cui il black metal norvegese era destinato a spegnersi in fretta. Chissà cosa pensa oggi l’autore di quell’articolo, sapendo che quasi diecimila persone sono qui a celebrare uno dei generi estremi più influenti del metal, e non solo.
C’è ancora spazio per altri due brani, l’immancabile e immortale “Mother North” con tanto di fuoco e fiamme dal palco e “K.I.N.G.”, prima che la band si congedi con un inchino e la consueta foto di gruppo, a testimonianza di quello che forse è uno degli eventi singoli con più spettatori mai visti per il genere.
Sono le dieci quando, su un palco trasformato in una specie di cattedrale macabra, salgono i DIMMU BORGIR per mettere il sigillo su questo Unholy Halloween.
Si inizia con la nuova, bathoriana “Ulvgjeld & Blodsodel”, prima di passare subito a “Mourning Palace”, un classico che non perde mai la propria bellezza e che viene reso molto bene, mantenendo quella vena atmosferica e apocalittica.
La band appare in grande forma e il duo Silenoz-Damage funziona alla perfezione, così come la sezione ritmica con Victor Brandt al basso e Daray alla batteria, e l’immancabile Geir Bratland (Apoptygma Berzerk e già con Satyricon, Covenant e God Seed). Discorso a parte per Shagrath che, pur mostrando una forma fisica di tutto rispetto e una prova vocale senza sbavature, ci è parso un po’ più statico e dimesso dal punto di vista della presenza scenica.
La scaletta riflette quella dell’attuale tour europeo, tralasciando di fatto i primi due album e concentrandosi sul periodo di maggior successo. Ecco quindi un’interessante “Council Of Wolves And Snakes”, uno dei brani più belli del precedente “Eonian”, le micidiali versioni di “Kings Of The Carnival Creation” e “The Serpentine Offering” e una “Puritania” che col suo incedere industriale risulta sempre efficace.
Bellissima sorpresa la presenza, direttamente da quel gioiello che è “Spiritual Black Dimensions”, di “Reptile” e di una “The Insight And The Catharsis” da lacrime, che regge il confronto con la versione in studio nonostante l’assenza di Simen Vortex, sostituito qui da un arrangiamento corale a supporto della traccia vocale registrata.
Giocando in casa non mancano ospiti speciali: la bravissima Agnete Kjølsrud (Djevel) in “Gateways” e l’attore norvegese di origini sami Mikkel Gaup, che impreziosisce “Council Of Wolves And Snakes” con il suo joik, la tradizionale tecnica di canto sami.
Il calore e l’affetto enorme dei presenti verso i Dimmu Borgir ci ricordano quanto questa band sia stata importante per l’economia di un genere che ha saputo aprirsi, anche e soprattutto grazie a loro, al mercato mondiale più mainstream.
Al netto della flessione artistica degli ultimi quindici anni, che ha regalato momenti opachi e poco ispirati, va detto che la professionalità di musicisti ottimi, un comparto tecnico e pirotecnico di altissimo livelo e una discografia che per buona parte della carriera si assesta su livelli altissimi ci consegnano un’ora e un quarto di alto livello, seppur un gradino sotto i Satyricon, veri vincitori della serata.
Shagrath si congeda senza troppe parole con “Progenies Of The Great Apocalypse” e mette la parola fine a una notte memorabile e, forse, irripetibile.
Setlist Dimmu Borgir
Ulvgjeld & Blodsodel
Mourning Palace
Kings Of The Carnival Creation
Council Of Wolves And Snakes
As Seen In The Unseen
Ascent
Reptile
The Insight And The Catharsis
The Serpentine Offering
Puritania
Gateways
Progenies Of The Great Apocalypse

