Report di Giacomo Slongo
Fotografie di Benedetta Gaiani
La formula del mega-carrozzone prende sempre più piede fra quei senatori in circolazione da una vita e abituati a fare dell’attività live il perno della propria carriera (e dei propri guadagni).
Del resto, quale modo migliore di rendere appetibili dei nomi di per sé inflazionati se non metterli insieme a mo’ di evento, cercando di smuovere quanti più spettatori possibili da casa?
Da questo presupposto, dopo la triade Testament-Obituary-Destruction di ottobre (non ce ne vogliano le Nervosa) e quella Mayhem-Marduk-Immolation di febbraio, ecco quindi i Kreator seguire lo stesso iter per il primo tour europeo a supporto del nuovo, controverso “Krushers of the World”, in un pacchetto dove la definizione stessa di ‘supporter’ – vista la caratura delle band coinvolte – finisce per essere poco più che un dettaglio formale…
Fuori dall’Alcatraz di Milano il sole è ancora alto quando i NAILS fanno la loro irruzione sul palco, anticipati dalle note del classico “The Hammer” dei Motörhead. Un’introduzione a dir poco perfetta, se si pensa a ciò che la creatura di Todd Jones rappresenta fin dai tempi del seminale esordio “Unsilent Death”: un macigno di violenza e ignoranza lasciato rotolare lungo una china ripidissima, e fermamente intenzionato a schiacciare qualsiasi ostacolo gli si pari di fronte.
Ai Nostri – tornati in formazione a tre, con il batterista Carlos Cruz (Warbringer) e il bassista Andrew Solis (ex Apparition) a sostenere l’operato del cantante/chitarrista californiano – bastano infatti pochi secondi per ribadire quanto la loro miscela di grindcore e death/thrash sia tra le più esplosive e letali in circolazione, partendo con una “Suffering Soul” che sa di vero manifesto programmatico circa il contenuto e l’attitudine della proposta; un’espressione di forza che invita alla sottomissione totale, fra bordate in blast-beat, digressioni groovy e una resa tanto furiosa quanto chirurgica (basti sentire il lavoro di Cruz dietro le pelli).
Un aperitivo che coincide insomma con la parentesi più brutale e intransigente della serata, durante il quale i principali cavalli di battaglia del gruppo (sorta di eccezione nella line-up di vegliardi di questo tour europeo) vengono eseguiti a grappoli di due o tre per massimizzare il loro effetto distruttivo.
Jones non manca mai di ringraziare e di dimostrarsi entusiasta della reazione del pubblico, ma più che l’aspetto umano, nei trenta minuti scarsi di show, a prevalere è giocoforza l’annichilimento insito in riff come quelli alla base di “Lacking the Ability to Process Empathy”, “Violence Is Forever”, “God’s Cold Hands” e “I Will Not Follow”, per una fucilata alla nuca che aiuta subito a mettere le cose nella giusta prospettiva.
Smarcata la quota giovani della serata, è tempo di iniziare a celebrare gli anni Ottanta con gli EXODUS, qui alla prima data italiana del secondo mandato Dukes.
Il pilastro della Bay Area non è reduce esattamente dal suo album più riuscito e a fuoco (“Goliath”, pubblicato a marzo per Napalm Records), e il gigantesco backdrop raffigurante l’artwork di Pär Olofsson sembra messo lì apposta per ricordarcelo, ma anche a fronte di questa battuta di arresto discografica fa subito capire quanto quella di oggi, sul palco A dell’Alcatraz, sarà l’ennesima performance di valore in una carriera che ha sempre fatto del contesto live una fonte di garanzie e rinforzi.
Fin dai primi minuti, gli occhi sono ovviamente tutti per il frontman riaccolto in line-up dopo l’ennesima separazione con Souza, e se è vero che la pancia e i peli bianchi sulla barba avanzano, è altrettanto vero che a – livello vocale e di carisma – poco o nulla si possa appuntare al buon Dukes, il quale dimostra di possedere ancora fiato, potenza e tenuta, oltre che una presenza in grado di fargli dominare spontaneamente lo stage e la platea.
Dal canto loro, Hunting, Gibson e Altus tengono botta come da prassi (il batterista, in particolare, sembra essersi ripreso benissimo dalla malattia degli scorsi anni), mentre Holt si conferma semplicemente una delle fucine di riff più instancabili e affidabili della sua generazione, guidando un assalto che, esauriti gli obblighi legati alla promozione dell’ultimo lavoro (le bolse “3111” e “Goliath”), va sul sicuro con diversi estratti dal sempiterno “Bonded by Blood”, con un altro super classico come “The Toxic Waltz” e con qualche episodio dei primi anni della reunion (“Deathamphetamine”, “Blacklist”).
Il tempo a disposizione, per forza di cose, non è moltissimo, ma i thrasher californiani – preso atto di qualche pausa legata all’età – lo sfruttano insomma appieno, facendo capire quanto l’idea della pensione, a maggior ragione ora, complice il nuovo avvicendamento al microfono, sia lontana.
Se continueranno su questa scia, aggettivi come ‘solidi’ e ‘affidabili’ continueranno a presentarsi alla mente in modo pressoché automatico.
Quante volte hanno suonato in Italia i CARCASS negli ultimi anni? Onestamente, abbiamo perso il conto, e l’annuncio di una nuova data a giugno (allo Sherwood Festival di Padova), a poco più di due mesi da quella di cui accingiamo a parlarvi, non fa altro che allungare una lista già di per sé impressionante.
Detto questo, se è vero che per la band di Liverpool siamo ben oltre le soglie dell’inflazione e dell’effetto prezzemolino, le chiacchiere staranno sempre a zero nel momento in cui quest’ultima vorrà rendersi protagonista di show come quello di stasera, inappuntabile per impatto, perizia e costruzione della scaletta.
La fortuna, a ben vedere, è che il ciclo promozionale del traballante “Torn Arteries” sia stato ormai archiviato, fatto che consente a Jeff Walker e compagni di non tergiversare troppo sul materiale recente e di lanciarsi in una corposa dissezione del loro repertorio più illustre e significativo.
Su dieci pezzi eseguiti, solo due risaliranno infatti alla discografia post-reunion (l’opener “Unfit for Human Consumption”, comunque ottima, e la marcia cadenzata di “Dance of Ixtab”), mentre il resto pescherà insistentemente dai capolavori “Heartwork” e “Necroticism”, con un gradito affondo nella melma goregrind degli esordi in occasione di “Genital Grinder” ed “Exhume to Consume” (che bello risentire la voce di Bill Steer!).
In pratica, si assiste è ciò che un concerto della vecchia guardia dovrebbe sempre rappresentare e offrire al pubblico: autorevolezza da maestri riflessa sia in un’esecuzione solidissima, sia in una scaletta inappuntabile a base di classici, davanti a cui godere e dimenticarsi del tempo che passa (più da un punto di vista dell’immagine che della prestazione, vedasi il look canuto e impiegatizio di Walker in contrasto con uno scream ancora all’altezza della situazione).
Assodata poi la presenza del chitarrista Nippy Blackford al fianco del nucleo storico del gruppo, dietro le pelli si registra una novità temporanea: con Daniel Wilding fuori dai giochi per un’emergenza familiare, la batteria viene occupata dal finlandese Waltteri Väyrynen (Abhorrence, Opeth, ex Paradise Lost), il quale – dal canto suo – si fa carico dell’impegno senza sbagliare una virgola, scandendo una performance densa e tortuosa che raggiunge il culmine proprio nel finale (impareggiabile) affidato a “Corporal Jigsore Quandary” e alla title-track dell’album del 1993.
Detto poi di suoni perfetti (i migliori fra quelli messi a disposizione degli ospiti), e di una scenografia coerente con il concept anatomopatologo della formazione, c’è solo un modo per definire l’ennesimo ritorno dei Carcass dalle nostre parti: un poderoso – a tratti sorprendente – successo.
Arrivati a questo punto, meglio tagliare subito la testa al toro: come hanno suonato i KREATOR, freschi reduci dalla pubblicazione del disco che, più di qualsiasi altro all’interno del loro corso recente, ha gettato la maschera rispetto ai concetti di semplificazione, melodia e accessibilità? La risposta è ‘bene’, anche se va detto come (quantomeno all’inizio) la voce di Petrozza abbia tentennato, mettendoci un po’ a scaldarsi, e che Ventor, con le sue cinquantanove primavere, non si sia esattamente distinto per intensità.
Si tratta di dati oggettivi, non di condanne: d’altronde, sarebbe ingeneroso (e irrealistico) pretendere da tutti gli uomini di mezza età di approcciare il palco con la medesima prestanza fisica del 2001, del 1995 o del 1986; un’aspettativa scollegata dalla realtà, e non una richiesta inoltrata lecitamente a musicisti con oltre quarant’anni di carriera alle spalle.
Ma se invecchiare è una condizione ineluttabile, farlo con dignità dovrebbe sempre essere la scelta migliore di chi, conscio del proprio status e del proprio retaggio, non intende compromettersi e snaturarsi in modo gratuito, mettendo in pista una serie di trovate da entry level del metal.
L’introduzione dello show, a dire il vero, è efficace, con un filmato proiettato su un enorme telo bianco a coprire il palco che, dall’età della pietra fino ai giorni nostri, sottolinea la violenza connaturata all’uomo (da un lato) e il desiderio di rivalsa e giustizia delle classi più deboli (dall’altro), per una narrazione quantomeno coerente alle tematiche sociali che Petrozza ha colto e affrontato più volte nei suoi testi, senza scadere per forza in banalità e luoghi comuni.
Poi il fondale viene lasciato cadere, e la gigantesca produzione della band di Essen, richiamante il paesaggio infernale dell’artwork di “Krushers…”, si presenta in tutto il suo tripudio di statue (gonfiabili) di demoni, corna a mo’ di trono su cui allestire la batteria, manichini impiccati e l’immancabile Violent Mind a dominare dall’alto il contesto dell’Alcatraz.
Il colpo d’occhio è di quelli oggettivamente importanti, figlio di quanto introdotto da Amon Amarth (prima) e sdoganato da gente come Sabaton e Powerwolf (poi), sebbene l’effetto Gardaland – almeno per chi scrive – è sempre dietro l’angolo nel momento in cui si decide di andare tanto all-in.
Inquadrato il contesto, ciò che resta è ovviamente la musica, ossia il vero cuore della performance, e qui – senza nulla togliere a chi ha apprezzato le ultime uscite della band teutonica (con bassista francese e chitarrista finnico al seguito) – le cose iniziano a scricchiolare.
Ancor più che su disco, infatti, le varie “Seven Serpents”, “Hail to the Hordes”, “Satan Is Real” e “Tränenpalast” (con comparsata di Britta Görtz degli Hiraes al microfono, come su disco) appaiono innocue e scontate, ribadendo una direzione stilistica fuori da ogni logica e buon gusto per un pezzo di Storia come i Kreator.
In fondo, di formazioni che scimmiottano il metal da stadio di Arch Enemy e Amon Amarth, fatto di costrutti elementari e ritornelli ripetuti fino allo sfinimento, ce ne sono già tante: davvero si sentiva il bisogno che Mille Petrozza, classe 1967, andasse loro dietro, rincarando poi la dose con una serie di cliché indegni per una testa come la sua? Si possono partorire testi come quelli di “Some Pain Will Last”, “Material World Paranoia” ed “Europe After the Rain” a vent’anni, e finire a scrivere una “Satanic Anarchy” a cinquantotto? Purtroppo, evidentemente, sì.
Quando poi il frontman, sulla molle e stucchevole “Loyal to the Grave”, abbandona per qualche minuto la chitarra, sfoggiando un paio di ali nere sulla schiena, l’impressione di essere vittime di uno scherzo di pessimo gusto si fa concreta; uno scherzo durante il quale, oltretutto, a divertirsi sembrano essere in pochi, tolte le prime file.
E se è vero che, per fortuna, alcuni classici sono presenti (“People of the Lie”, “Betrayer”, “Violent Revolution”, l’immancabile “Pleasure to Kill”), a volte il trattamento che viene riservato loro sa di frettolosità e mancanza di tatto, come nel caso di “Endless Pain”, introdotta con tutti i crismi per poi essere troncata in favore dell’intera “666 – World Divided”, quasi che per Petrozza omaggiare il passato fosse un esercizio necessario, ma da concludere il più velocemente possibile.
Sulla resa, la professionalità e la capacità di fare spettacolo, come detto, poco o nulla si può obiettare ai Kreator; la vera domanda, dopo l’ora e mezza di concerto, è fino a che punto ci si può spingere nel nome dello svecchiamento della fanbase e del desiderio di essere attuali, anche laddove – come in questo caso – non vi sarebbe nessuna richiesta o necessità.
Setlist Carcass:
Unfit for Human Consumption
Buried Dreams
Incarnated Solvent Abuse
No Love Lost
Death Certificate
Dance of Ixtab (Psychopomp & Circumstance March No. 1 in B)
Genital Grinder
Exhume to Consume
Corporal Jigsore Quandary
Heartwork
Setlist Kreator:
Seven Serpents
Hail to the Hordes
Enemy of God (con intro di “Coma of Souls”)
Satanic Anarchy
Hate Über Alles
People of the Lie
Betrayer
Krushers of the World
Hordes of Chaos (A Necrologue for the Elite)
Satan Is Real
Loyal to the Grave
Phantom Antichrist
Tränenpalast (con Britta Görtz)
Endless Pain (tagliata)
666 – World Divided
Violent Revolution
Pleasure to Kill
NAILS
EXODUS
CARCASS
KREATOR

















































































































