Introduzione e report a cura di Andrea Intacchi
“Che fai sabato sera?”, “Vado a teatro”, “E che vai a vedere? Un’opera lirica? Un musical? Una commedia?”, “No, i Judas Priest!”.
Fa strano, ma è quanto realmente avvenuto lo scorso sabato 5 settembre, in occasione della seconda delle quattro date programmate dalla band inglese in terra italica nel corso del granitico Faithkeepers Tour.
Quattro appuntamenti con la storia del metallo pesante, a conferma di come il gruppo guidato da ‘sua borchiosità’ Rob Halford non abbia alcuna intenzione di chiudere i battenti, dimostrando invece di avere ancora le carte in regola per celebrare il proprio credo artistico. Tappa numero due quindi: il calendario, dopo Pordenone, chiamava in causa la città di Brescia; luogo del concerto sarebbe stato il Teatro Clerici – struttura e località in grado di farci riaprire un curioso cassetto della memoria; esattamente nove anni fa, infatti, il Teatro Clerici era già stato protagonista di una kermesse metallica: era infatti il 2017 quando nell’allora PalaBrescia andò in scena la doppia giornata del famoso Colony Open Air. Insomma, a volte ritornano!
E per i Judas Priest, stando alla mappatura del teatro, avremmo avuto una doppia postazione per i milleottocento metallari che sarebbero accorsi alla data bresciana (andata puntualmente sold-out): chi seduto sui seggiolini, nelle retrovie, chi, in piedi, nel parterre, così da vivere da vicino l’energia della macchina metal britannica.
“Teatro Clerici. Una casa di emozioni”: questo il cartello che campeggiava all’esterno del locale. Bene, dopo quanto avvenuto sabato sera, ci sembra più che giusto apportare una leggera modifica alla didascalia: più che una casa di emozioni, il Teatro Clerici si è purtroppo rivelato essere una casa di sudore.
Zero condizionatori, caldo asfissiante, l’incredibile scioglievolezza di infinite gocce di sudore farsi largo ovunque.
Da una parte la classe, il carisma e l’eleganza di una band epocale; dall’altra una situazione climatica davvero difficile da sopportare. Un elemento che, dispiace ammetterlo, ha inciso parecchio sull’esito di una serata che, con qualche bocchettone in più di aria fresca, sarebbe stata memorabile.
Per chi scrive, una situazione simile a quella vissuta a Brescia avvenne esattamente venticinque anni fa: i meno giovincelli se le ricorderanno benissimo; parliamo del Gods Of Metal del 2001 e del PalaVobis di Milano, rinominato per l’occasione in PalaForno (con i Judas headliner, tra le altre cose).
Si dice spesso che il metallaro è pronto a qualsiasi evenienza, a macinare chilometri pur di vedere in azione i propri idoli, di mangiare le peggio cose, di dormire in posti squallidi, di investire soldi (tanti soldi), ma a tutto c’è un limite.
Non si pretendono poltrone in pelle (anche se stavolta i seggiolini c’erano veramente), tappeti rossi o chissà quale comfort, ma le minime condizioni per assistere e godere di un evento che, in primis, dovrebbe rappresentare un qualcosa di festoso e gratificante.
Fortuna che i Judas sono andati oltre le temperature, rasentando praticamente la perfezione, dove Rob Halford, ancora una volta, ha chiarito chi è il vero Metal God. Ma riavvolgiamo il nastro e torniamo indietro sino alle 20.00 di sabato.

Judas Priest – Teatro Clerici – 05 settembre 2026 – foto Benedetta Gaiani
Entrati con comodità nell’area antistante il teatro, ecco i canonici punti di ristoro; prezzi non così accoglienti (9 euro per una birra con bicchiere ricordo) hanno attorniato il percorso che conduceva all’entrata ufficiale: l’atmosfera generale aveva comunque tutti i crismi per trasformarsi in una bella rimpatriata tra vecchi amici.
Da parte sua, la calura estiva ha prolungato l’afa stagionale; ecco perché la voglia di riversarsi in un luogo più fresco era assai giustificata. Ma la speranza di trovare un po’ di refrigerio si è purtroppo smaterializzata nel giro di un nanosecondo, giusto il tempo di mettere piede nella hall del teatro (dove oltre al servizio bar, e al merch ufficiale era presente una cabina fotografica customizzata Judas Priest nella quale i fan hanno potuto scattare un triplo ricordo, il cui ricavato è stato interamente devoluto alla Glenn Tipton Parkinson’s Foundation).
Una sensazione soffocante ha iniziato a farsi largo tra le narici, tristemente confermatasi una volta raggiunto il parterre (o i seggiolini per chi aveva scelto il posto a sedere).
La domanda “Ma sì, vedrai che dopo accenderanno qualcosa?” cade rapidamente nell’oblio; nel frattempo l’attenzione si è riversata sul telone che copriva l’intero stage: a contornare il logo del tour, alcune copertine dei venti album pubblicati in carriera da Rob e soci.
Visto il clima accogliente, si è preferita la parte sinistra del parterre così da avvicinarsi alle uscite di sicurezza, le cui porte sono rimaste fortunatamente aperte lungo tutto il concerto, così da permettere una comoda e vitale boccata di ossigeno a coloro che ne avrebbero avuto bisogno nel corso della serata (parecchi).
Ci rincresce doversi soffermare su fatti extra-musicali ma, ahinoi, sono stati propri questi ad inficiare un evento che, al netto della condizione termica amazzonica, è stato semplicemente impeccabile.
Alle 21.00 svizzere, infatti, “War Pigs” ha preso pieno possesso dell’intero teatro, anticipando il crollo del telone e la manifestazione dei cinque inglesi: i JUDAS PRIEST hanno così iniziato a macinare metallo come solo loro (e pochi altri) sanno fare. Halford al centro, con la prima delle sue numerose giacche d’ordinanza, al suo fianco i fidi mastri delle sei corde, l’iper borchiato Andy Sneap (meno di Rob, sia chiaro) e l’iper biondo Richie Faulkner, Ian Hill già in postazione col suo basso, Scott Travis a campeggiare sullo sfondo.
Questo quadretto granitico ha dato il via all’ennesima lezione di classe, spiegando, se mai ce ne fosse ancora bisogno, il motivo per il quale i Judas sono ormai entrati di diritto nella sezione epocale dell’heavy metal, varcando qualsiasi hall of fame del caso. In primis lo stesso Rob Halford: ci spiegherà un giorno qual è la ricetta segreta per arrivare alla veneranda età di settantacinque anni e sostenere, pur con qualche aiuto vocale e con movenze sceniche meno arrembanti, un’ora e mezza di concerto solido, passionale, vivo. E, nel nostro caso, a sopravvivere a certe temperature: sbirciando on stage, abbiamo notato alcuni ventilatori puntare sui protagonisti; ringraziamo coloro che hanno pensato a questa soluzione ‘salvavita’.
Cosa dire della scaletta? Diversamente dall’ultimo show italiano (la scorsa estate in quel di Ferrara avevano celebrato “Painkiller” ed “Invincible Shields”), i Priest hanno pescato un po’ ovunque dai loro lavori: e così, oltre ai pezzi obbligatori (“Breaking The Law”, “You’ve Got Another Thing Comin'”, “Painkiller” ed il terzetto finale) è stato un piacere ascoltare una sensazionale “The Sentinel”, da sempre una delle preferite per chi scrive, divertirsi nel sentire alcuni vicini di concerto cercare di raggiungere la nota più alta nello “shoooock” iniziale di “The Ripper” e assistere ad una versione di “Victim Of Changes” da lacrime, tanta la potenza e la precisione espressa dall’intera band. Halford in cima, ma sarebbe un marchiano errore non citare la prova maiuscola di Sneap e Faulkner, ai limiti della precisione, ormai degni eredi di coloro che li hanno preceduti in quel ruolo.
Supportato da videowall laterali, in aggiunta a quello centrale di dimensioni maggiori, ogni brano è stato visivamente accompagnato dalla sua copertina di riferimento, ma non solo. Proprio al centro del palco, infatti, una simpatica telecamera ci ha permesso di assaporare più da vicino il faccione ed il sudore di Rob, mostrando tutta la sua emotività e ardore.
Un Halford che, come da rituale, si è preso il suo spazio per confermare che la sua ugola è ancora in uno stato di grazia: poco prima di una possente “Delivering the Goods” si è infatti divertito a cantare col pubblico, sfidandolo in un gioco vocale tra acuti e saliscendi baritonali.
Una serata diaforetica, ma anche giocosa, con la guduriosa “Turbo Lover” che ha coinvolto l’intero teatro, così come la stessa “Panic Attack”, ormai divenuta un grande classico all’interno della scaletta priestiana.
Si parlava di vestiario poco sopra, e allora ecco la giacchetta in modalità pailettes a celebrare una “Electric Eye” immancabile ed essenziale. Altro giro, altro cambio di abito: è stato il rombo di “Hell Bent for Leather” ad introdurre il Metal God nella sua versione più motoristica, ricoperto di pelle nera con frustino d’ordinanza per l’ennesimo pezzo che ha fatto la storia del metal.
E quando gli ultimi rivoli di sudore hanno raggiunto il pavimento del Teatro Clerici, ecco l’ultimo tassello dello show: “Living After Midnight” è stata una festa, con il videowall a scandire il testo della canzone in modalità karaoke. “I Judas Priest torneranno presto“: la scritta compare a carattere cubitali sui muri visivi, Rob lo ha ripetuto a piena voce, prima di rimettersi a centro palco e ricevere, insieme a suoi degni compagni di avventura, il giusto e meritato riconoscimento da parte degli astanti (ancora in piedi nonostante tutto), accogliendo pure una bandiera tricolore a coronare la seconda tappa italiana del tour.
Judas e caldo: ognuno li metta nell’ordine che vuole. La data del 5 settembre 2026 rimarrà comunque da ricordare.
Setlist:
You’ve Got Another Thing Comin’
Metal Gods
Breaking the Law
The Ripper
The Sentinel
Desert Plains
Lightning Strike
Turbo Lover
Steeler
Delivering the Goods
Panic Attack
Victim of Changes
No Surrender
Painkiller
Encore:
The Hellion
Electric Eye
Hell Bent for Leather
Living After Midnight




























