Buona affluenza di pubblico per la terza giornata del Luppolo In Rock 2026, ovvero quella dedicata alle sonorità più pesanti ed estreme. Il festival cremonese, giunto alla sua ottava edizione, si conferma un appuntamento che piace alla scena metal locale con centinaia di appassionati, giunti in prevalenza dal nord Italia, nella bucolica cornice del Parco delle Colonie Padane in riva al Po.
Tra le peculiarità dell’evento, ciò che convince di più è sicuramente la location, contraddistinta da una doppia area, immersa nel verde, con divisione tra la zona palco, all’interno del riqualificato edificio a forma di nave risalente agli anni Trenta, e gli spazi dedicati a merchandising e ristorazione fuori dall’ex Colonia Regina Margherita. Se a livello logistico il festival si merita una promozione a pieni voti – anche per un dettaglio non scontato come l’ampia disponibilità di parcheggi gratuiti – forse c’è qualcosa da rivedere per il futuro a livello di qualità dei suoni, un po’ pasticciati e non perfettamente bilanciati per gran parte delle band salite sul palco, (purtroppo anche tra i grossi nomi).
Per quanto riguarda i servizi extra-concerto, ecco le classiche luci e ombre in chiave food and beverage, con le solite ‘trappole’ degli stand che propongono costosissimi cocktail praticamente analcolici (dieci euro per un mojito a base di acqua frizzante), mentre dal punto di vista delle birre sia la qualità del prodotto artigianale sia i prezzi tutto sommato accettabili per un festival estivo (una media a sette euro) valgono un deciso pollice in alto. Ma ora spazio alla musica.
Dopo la due giorni precedente all’insegna delle sonorità cupe e goticheggianti del venerdì (Death SS, The 69 Eyes e Deathless Legacy) e delle cavalcate power del sabato (Crimson Glory, Stratovarius e Dirkschneider), la domenica vede di scena un mix eterogeneo – e non proprio coerente, a dirla tutta – di vari stili tra groovy, thrash, grindcore, black metal ed heavy metal classico. I primi cinque slot del cartellone sono destinati ai gruppi italiani, penalizzati, come ci si poteva attendere, dalle altissime temperature che hanno a tenuto alla larga la maggioranza del pubblico, ben distante dall’area antistante al palco per stazionare nelle ambitissime zone d’ombra.
Aprono le danze i lodigiani BID ZOGO, formazione dedita a un metal molto groovy e melodico che affonda le sue radici negli anni Novanta. Seguono i vicentini CRISALIDE con il loro death/thrash metal, orientato su sonorità vicine a nomi come Fear Factory e Sepultura post-“Arise”. Si rimane ancora nei territori thrash, ma con qualche venatura industrial, con gli alessandrini INFECTION CODE, che presentano l’ultimo album dal titolo “De Reptilium Arcanis”.
È con l’arrivo dei CRIPPLE BASTARDS che iniziano a vedersi sotto il palco i primi coraggiosi in grado di sfidare il sole cremonese. Per chi ha già avuto modo di vedere dal vivo la formazione capitanata da Giulio The Bastard, la formula non cambia di una virgola rispetto al passato: grind a tinte hardcore e con cantato schizofrenico in italiano. Nota di merito per il batterista Raphael Saini, professionista italo-brasiliano che si conferma tra i migliori performer della giornata.
Come da tradizione nei loro show, gli astigiani spingono a fondo sull’acceleratore, proponendo una scaletta senza soste e presentazioni tra un pezzo e l’altro, che unisce classici del loro repertorio a composizioni più recenti. Il pubblico gradisce e si fa coinvolgere nello spirito puramente hardcore dell’esibizione.
A chiudere gli slot dei gruppi nazionali sono i lombardi DARKHOLD, pure loro freschi di nuovo album, che, dopo la rapida e indolore iniezione di grindcore di chi li ha preceduti, ci riportano nelle più tranquille acque del thrash più orecchiabile.
È così che si giunge a metà giornata con una prima parte del programma che, con l’unica eccezione dei Cripple Bastards, non ammicca praticamente mai al metal davvero estremo, ma si adagia più che altro su tempi cadenzati e suoni un po’ troppo addomesticati. Scarsa dunque la linearità con il poker finale, ma il pubblico sembra comunque gradire e, in fin dei conti, è questo ciò che conta.
Poco dopo le 19 iniziano a prendere possesso del palco i fratelli Sakis e Temis Tollis, un orario tutt’altro che adeguato per i ROTTING CHRIST, padrini del black metal ellenico, entità leggendaria che ha scritto la storia della variante più occulta ed esoterica della scena mediterranea di inizio anni Novanta.
Il buio sarebbe stato un ottimo alleato, ma poco male, nella vita ci sono cose peggiori che assistere a un live dei Rotting Christ sotto un sole sahariano, anche perché la band ateniese offre al pubblico del Luppolo una scaletta di prim’ordine, in cui passato e presente si alternano in maniera funzionale e senza passaggi a vuoto.
Non mancano i riferimenti agli ultimi dischi, ma a farla da padroni sono i pezzi dell’epoca d’oro che scaldano il pubblico, spesso coinvolto dalla band a seguire i passaggi più corali ed epici.
In questo senso, meritano di essere citati classici intramontabili come “Non Serviam”, “King Of A Stellar War” e la cover di “Societas Satanas” dei Thou Art Lord (side-project di Sakis e Magus dei Necromantia). I Rotting Christ si confermano una garanzia, forti di un’esperienza quarantennale fatta di una discografia di qualità e un sound inconfondibile. L’incidere ritmico impostato prevalentemente sui midtempo aiuta sicuramente il quartetto greco a livello di suoni, garantendo una buona resa di tutti gli strumenti.
Non si può dire lo stesso per i MARDUK, che purtroppo pagano dazio a un equilibrio piuttosto precario tra lo stridulo tremolo a tutta velocità della chitarra di Morgan e la batteria di Simon Schilling, con la doppia cassa veramente sparata al massimo nelle casse e il conseguente sovrastare a tratti su tutto il resto, in modo particolare sul rullante nei passaggi più veloci in blast-beat. Non solo, coloro che li hanno visti dal vivo negli anni Novanta potrebbero aprire anche un infinito dibattito tra chi preferisce Legion a Mortuus o il memorabile drumming con blast-beat a pedale singolo di un martello senza eguali come Fredrik Andersson. Chiacchiere, preferenze e suoni rivedibili a parte, i Marduk del 2026 avvalorano per l’ennesima volta la nomea di autentica macchina da guerra, dimostrandosi la proposta più brutale del Luppolo In Rock 2026.
Piace la scaletta confezionata da Morgan e soci con un’eccellente alternanza tra feroci canzoni a tutta velocità e intermezzi di impronta più marziale ed evocativa come “The Blond Beast” e “Shovel Beats Sceptre”. Tra gli assalti sonori senza tregua vanno citati: “Baptism By Fire”, “Panzer Division Marduk”, “Sulphur Souls”, “The Hangman Of Prague” e “Cold Mouth Prayer”.
Anche in questo caso il sole non si lega bene con lo stile musicale proposto, ma l’esibizione è precisa e, seppur a tratti cacofonica, sicuramente soddisfacente per i tanti appassionati della band svedese arrivati a Cremona.
Gli OVERKILL di Bobby ‘Blitz Ellsworth’, costretti a fare i conti con le note assenze di D.D. Verni e Derek Tailer (per problemi di salute o pause varie), si presentano invece con una formazione rimaneggiata: ciò si traduce in una line-up con un’unica chitarra e Christian Olde Wolbers al basso.
Si entra nel gran finale della serata e finalmente cala il sole, permettendoci di apprezzare ancora di più la setlist con i fiocchi preparata dalla band statunitense che, a parte due tracce dal più recente “Scorched” più due da “Ironbound” e “The Electric Age”, tira fuori dal cilindro una selezione di cavalli di battaglia presi da tutti i capolavori degli anni Ottanta. Nonostante i sessantasette anni suonati, Bobby continua a graffiare con la sua inconfondibile voce acuta e penetrante, dimostrandosi un totem imprescindibile nella storia del thrash metal a stelle e strisce.
Si pesca dai migliori album della discografia degli Overkill: “Rotten To The Core” da “Feel The Fire”; “Deny The Cross” da “Taking Over”; “Hello From The Gutter” da “Under The Influence”; ed “Elimination” da “The Years Of Decay”. Anche in questo caso la doppia cassa domina eccessivamente nel mixaggio, ma le ritmiche meno esasperate garantisco una migliore udibilità e nessun effetto caos.
C’è poco da dire quando si è al cospetto di pietre miliari di tale livello, se non che questo è materiale da tramandare alla future generazioni senza e senza ma. Chiusura d’obbligo con l’iconica cover di “Fuck You!” dei punk canadesi The Subhumans. Approvata con lode la line-up con un solo chitarrista, grazie al suono pieno e corposo del basso che riesce a dare volume e sostanza anche nelle parti solistiche.
A questo punto l’area interna dell’ex Colonia è strapiena e avvolta dalle tenebre, ambientazione perfetta per tributare il giusto omaggio ai seminali VENOM, presenti al Luppolo 2026 nella loro versione targata Cronos.
Tra il pubblico prendono posizione anche i membri dei Marduk e i Rotting Christ, ma questo non deve stupire: d’altronde i Venom, oltre ad aver coniato la locuzione sostantiva ‘black metal’, hanno influenzato tutte le band venute in seguito; quindi, solo un profano non li ascolterebbe con attenzione.
Dopo l’apertura con la nuovissima “Lay Down Your Soul” dell’ultimo album “Into Oblivion”, si torna indietro nel tempo al biennio 1981-1982 con “Welcome To Hell”, “Bloodlust”, “In Nomine Satanas” e “One Thousand Days In Sodom”. Salto al 2015 con “The Very Depths” e “Long Haired Punks”, poi intermezzo datato 1982 con i tormenti dell’oscuro inno, per certi versi doom, che risponde al nome di “Buried Alive”.
Si ritorna nel nuovo millennio con cinque canzoni estrapolate dall’ultimo album e da “Storm The Gates”, che anticipano il degenero finale affidato a una versione un po’ raffazzonata di “Countess Bathory”, una dilatatissima “Warhead” e “Witching Hour”, a segnare la (provvisoria) uscita di scena del trio inglese, richiamato poi a gran voce dal pubblico per il bis, affidato al coinvolgente rituale a mo’ di sabba di “In League With Satan”, e all’adrenalitica galoppata speed di “Black Metal”.
Stupisce l’ottima forma di Cronos, che a sessantatré anni tiene alla grandissima il palco e mantiene tutte le caratteristiche distintive della sua voce rauca e aggressiva al punto giusto, proprio come negli anni Ottanta. Da sottolineare anche il fenomenale suono distorto del basso, che garantisce volume e compattezza all’intera sezione ritmica.
John ‘Rage’ Dixon alla chitarra e Daniel ‘Danté’ Needham dietro le pelli non fanno rimpiangere Mantas e Abaddon: al contrario, c’è da dire che in termini di dinamiche di batteria, l’attuale musicista al seguito di Cronos riesce anche a rifinire meglio i pezzi classici, pur mantenendo intatta l’attitudine grezza e al limite del punk delle origini. Tanto movimento sul palco, forse non proprio gradito dal leader Cronos, e una magistrale riproposizione delle linee di chitarra per Rage, che si conferma un musicista di spessore assoluto.
In conclusione, un concerto più che soddisfacente per il terzetto inglese, anche se otto canzoni su diciotto prese da lavori del ventunesimo secolo sono forse un po’ troppe per i tanti veterani presenti all’ottava edizione del Luppolo In Rock, che sicuramente avrebbero preferito qualche evergreen in più.

