23/07/2026 - IN FLAMES + BLEED FROM WITHIN + EMPLOYED TO SERVE @ Parco delle Caserme Rosse - Bologna

Pubblicato il 27/07/2026 da

Report di Riccardo Plata
Foto di Fabio Livoti

Dopo più di trent’anni di carriera, gli In Flames sono un nome che ormai ha bisogno di poche presentazioni: tra i precursori del melodic-death metal svedese di metà anni Novanta, a partire dal nuovo secolo hanno intrapreso una svolta ‘americana’ prima nel sound (cominciata con il seminale “Reroute To Remain” del 2001) e poi nella line-up (ormai composta per la maggioranza da musicisti statunitensi, al netto dei due membri storici di nazionalità svedese).
Una scelta non apprezzata da alcuni – soprattutto nel Belpaese, dove molti fan della prima ora continuano a preferire Dark Tranquillity e/o a rimpiangere la vecchia incarnazione della band, come confermato anche dall’affetto dimostrato ai The Halo Effect (in cui, oltre a Stanne, cantante dei DT, militano praticamente tutti ex membri storici degli In Flames) – ma che dal punto di vista prettamente numerico ha decisamente premiato il Team Friden, in termini di stream e follower social ormai su un altro piano rispetto ai cugini di Gothenburg.

Al netto della popolarità digitale, anche dal punto di vista concertistico gli In Flames sono ormai abituati al ruolo da headliner su palchi importanti, oltre ad aver lanciato un loro festival, e anche le recenti esibizioni sul suolo italico hanno confermato l’ottimo stato di forma della nuova line-up, anticipato del resto da due lavori piuttosto riusciti come “I The Mask” e “Foregone”: se la data di fine 2022 è passata alla storia come l’ultimo saluto a Tompa degli At The Gates e quella del 2024 (dove erano co-headliner con gli Arch Enemy) per il guasto alle luci durante il set di Ammot, dopo il passaggio l’estate scorsa a Lignano Sabbiadoro stavolta tocca a Bologna, città particolarmente amata dai nostri (i quali infatti hanno colto l’occasione di un day off per una passeggiata tra i vicoli e un bel piatto di pasta).
A fare da sfondo allo show è il parco delle Caserme Rosse, location di concerti estivi  della capitale emiliana perfettamente attrezzata sotto ogni aspetto (dal parcheggio ai punti ristoro), tanto da ospitare stasera ben due eventi: arrivati puntuali alle diciotto troviamo dunque, mischiati a metallari con magliette nere d’ordinanza, anche parecchi teenager accorsi per il rapper Luche (atteso nel palco più grande, lì accanto, nel Sequoie Music Park).
Lo smaltimento della coda dopo l’apertura si rivela comunque piuttosto rapido, quindi prendiamo posto nel prato del BOnsai mentre il sole è ancora alto, in attesa dei gruppi spalla che stasera si preannuncianno parecchio interessanti.

Ad aprire le danze, mentre il sole splende ancora alto sui colli bolognesi, sono gli EMPLOYED TO SERVE, formazione britannica dedita ad un metalcore inizialmente piuttosto ricercato (a partire dalle influenze mathcore) e successivamente evolutosi verso una formula più semplificata, con il passaggio a strutture ritmiche pià cariche di groove  e i famigerati ritornelli in pulito, che supponiamo avrebbero dovuto fruttare loro un allargamento in termini di pubblico.
In realtà, nonostante il supporto della Spinefarm e della stampa inglese, il loro ruolo ad una decina di anni dall’esordio resta quello di comprimari di lusso: e così, dopo aver aperto ai Killswitch Engage qualche mese fa, li rivediamo comunque oggi con piacere nella mezz’ora a loro disposizione, dove per l’occasione hanno presentato due nuovi singoli usciti per la Church Roard Records (etichetta gestita dalla stessa cantante).

L’attacco con la nuovissima “Dead Reckoning” mostra da subito una band in palla, incentrata sulla figura di Justin Jones (una frontwoman forse meno appariscente di tante colleghe ma dal timbro piuttosto riconoscibile) e ben spalleggiata dai quattro musicisti con lei sul palco, a partire dalla chitarra solista di Sammy Urwin (impegnato anche dietro al microfono per i ritornelli in pulito). Come prevedibile metà della scaletta pesca dall’ultimo “Fallen Star”, tra cui spiccano la pacca di groove simil-Slipknot di “Atonement” e la più catchy “Atonement”, resa in maniera efficace anche se è palese la difficoltà del già citato Urwin nel fare le veci di Will Ramos (cantante dei Lorna Shore presente nella versione su disco) sulle parti in pulito.
Nella breve setlist a loro disposizione c’è spazio giusto per un brano più datato (“Force Fed”, tratto dal loro terzo album) in cui la sezione ritmica formata da Nathan Smith (basso) e Casey McHale (batteria) ha modo di dare sfoggio di tecnica, mentre la conclusiva “Whose Side Are You On?” scatena il primo (mini) moshpit della giornata con i suoi stop’n’go da metalcore anni Duemila di scuola Killswitch Engage; non a caso su disco figura come ospite Jesse Leach (cantante appunto dei KSE), ma in questo caso l’energia del pubblico fa passare in secondo piano l’operato anche qui perfettibile del supplente maschile alle seconde voci.
Dopo mezz’ora la band inglese si congeda tra gli applausi di un BOnsai ancora pieno a metà, ma comunque soddisfatto di questa prima tranche.

Un allestimento scenico più particolare, con dei corni gonfiabili sul palco, è quello che accoglie gli scozzesi BLEED FROM WITHIN, fautori di un percorso per certi versi simile ai loro connazionali ma ad un livello più avanzato. Partiti un po’ in sordina a metà degli anni Zero (poco più che adolescenti) come band deathcore, si sono poi spostati su un metalcore moderno e potente, in un crescendo avviato con “Era” (2018) e “Fractures” (2020), ed arrivato ai giorni nostri con gli ultimi “Shrine” e “Zenith”, intenti a replicare (almeno dal punto di vista musicale, in attesa di poterlo fare anche scenograficamente) la formula ‘arena-core’ che ha portato al successo i Parkway Drive.

Ovviamente nell’esibizione di stasera non ci saranno fuochi e fiamme o effetti speciali, ma dal punto di vista sonoro il mix di metalcore, groove metal e melo-death che caratterizza i migliori estratti degli ultimi tre lavori (dalla terremotante title-track di “Zenith” al metalcore in stile Lamb Of God della più datata “The End We All Know”) è un’autentica gioia per le orecchie, grazie anche all’ottimo lavoro al mix che regala un sound perfetto fin da subito (aspetto non sempre scontato per una band spalla).
A livello scenico, poi, tutta la band si mostra cresciuta rispetto a come li ricordavamo solo qualche anno fa, a partire dal frontman Scott Kennedy che cattura da subito l’attenzione grazie al kilt scozzese, coinvolgendo inoltre tutti gli astanti tra sguardi da ‘occhio della tigre’ e mimiche da rockstar consumata. Molto buona anche la performance degli altri musicisti, con una menzione d’onore per il chitarrista ritmico Steven ‘Snev’ Jones, anch’egli impegnato sulle voci pulite eseguite nel suo caso in maniera impeccabile.
I trucchi di scena sono sempre i soliti, come quando su “God Complex” il pubblico viene fatto inginocchiare per poi saltare a comando, ma l’energia che si respira sopra e sotto il palco è palpabile, toccando l’apice quando il frontman chiama tutto il pubblico del pit sotto la transenna cantando la parta finale di “In Place Of Your Halo” in braccio alla folla festante.
Alla fine i tre quarti d’ora a loro disposizione sono volati, dimostrando come la band scozzese sia ormai una macchina rodata e pronta per palchi più grandi, sia nei festival che da headliner.

All’ora in cui di solito finisce il TG, mentre la luce del tramonto illumina ancora il parco delle Caserme Rosse, prendono posto gli IN FLAMES sulle note di “Colony”, title-track dello storico album di fine anni Novanta resa oggi in versione ancora più elettronica grazie all’apporto di un tastierista sul palco.
L’esecuzione è strumentalmente impeccabile ma, come confermato dalle successive “Deliver Us”, “Voices” e “In The Dark”, sembra stasera mancare qualcosa: Bjorn Gelotte (con una simpatica maglietta in stile Ramones ma con la scritta “Rambo”) è la solita macchina da riff, l’ex Megadeth Chris Broderick (che sembra in posa, coi suoi bicipiti scolpiti e i capelli lunghi al vento dei ventilatori) è ormai perfettamente integrato nei meccanismi della band come secondo chitarrista e non manca di sfoggiare la sua abilità solista, Liam Wilson al basso non è particolarmente scenografico ma è dannatamente efficace, mentre Anders Friden sembra inizialmente meno carico del solito, come se la luce ancora alta (suggestiva nell’accompagnare brani più atmosferici come “Paralyzed”) ne avesse in parte smorzato l’entusiasmo.
Un classico come “Quiet Place”, cantato a gran voce da tutto il pubblico, fa comunque tremare le querce del parco, ma il primo momento clou arriva durante l’esecuzione di “The Chosen Pessimist”, pezzo sui generis sia per durata (quasi otto minuti) che per atmosfera (con un andamento piuttosto lento per i loro standard, almeno nella prima metà): per l’occasione Friden si siede a gambe incrociate sulla pedana sopra il palco con un microfono speciale, regalando una performance particolarmente sofferta che culmina in crescendo nel finale, in cui torna in posizione eretta al microfono normale per la chiusura più urlata.

Da qui in poi, arrivati quasi a metà scaletta, è come se cominciasse un altro concerto: le anthemiche “Cloud Connected” (nell’ultima data milanese insolitamente posta in apertura) e “Trigger” (durante la quale si siede, di fianco al drumkit di Jon Rice, un bambino fatto salire dalle prime file) scatenano il delirio tra la folla, così come l’imprescindibile “Only For The Weak” fa saltare come di consueto tutto il pubblico con le sue ritmiche danzerecce.
La vera sorpresa tuttavia è nel mezzo con il ripescaggio di “Artifacts of the Black Rain”, introdotta da Friden in modo originale (“Se non fate casino stasera su questo pezzo sarà l’ultima volta in assoluto che lo suoneremo!”) ed in grado di scatenare il miglior pogo di tutta la serata, facendo piangere di gioia i fan dell’immortale “The Jester Race”.
Un’altra chicca è stata l’esecuzione di “Foregone Pt.2” – al suo debutto dal vivo sul suolo italiano, se pur non perfetta nella parte conclusiva e con uso di basi sulle chitarre acustiche – mentre sul finale è stata riproposto il tradizionale tris di pezzi veloci “Alias”, “The Mirror’s Truth” e “I Am Above”, ormai protagonisti fissi a fine show nelle esibizioni italiche degli anni Venti; il tutto intermezzato da un simpatico scambio di Friden con i venditori di bibite presenti nel pit, da cui ha tentato di farsi offrire una birra salvo mancare poi la presa al volo sia del bicchiere che della lattina.

La chiusura del set non poteva che essere “Take This Life”, a degno coronamento di un’ora e mezza un po’ diversa dal solito show degli In Flames non tanto in termini di scaletta (per quanto non siano mancate un paio di sorprese) quanto per l’atteggiamente più ‘rilassato’ del frontman: sarà stato per l’atmosfera open air, per il maggior tempo a disposizione rispetto agli ultimi show o per il day-off bolognese, fatto sta che Friden ci è parso piuttosto loquace nelle interazioni col pubblico, e al netto di una prima mezz’ora di ‘riscaldamento’ ne è uscita un’altra serata da ricordare anche per chi ha superato la doppia cifra dal vivo con gli In Flames.

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